venerdì 16 luglio 2010

Asli, l'eritrea che ci insegna la Costituzione


Scritto da Nando dalla Chiesa

Il Fatto Quotidiano

11 luglio 2010



Pullulare. Quel verbo le piace da morire. Le piace guardarsi intorno a ogni manifestazione per dire che gli italiani ribelli alle indecenze, ai bavagli e ai furti delle cricche “pullulano”. Che sono tanti. Che vale la pena battersi. Un matrimonio perfetto tra il nostro dizionario e i buoni principi morali che le ha inculcato sua madre, eritrea arrivata in Italia negli anni settanta. Asli Haddas ha la pelle bruna e una foresta di capelli crespi. E’ nata a Milano e dà bene l’idea del paese che stiamo diventando. Multietnico nel modo più bizzarro. Dove tocca a una giovane di origini africane di trovarsi alla testa delle battaglie per difendere la nostra Costituzione. “Una cosa sola toccherei della Carta”, ammette, “aggiungerei un articolo per dire che l’acqua è un patrimonio universale. Ma poi penso che sarebbe un precedente e allora d’istinto rinuncio anche a questo. Mi importa di più difenderla”.

Asli fa l’informatica. Lavora in una piccola azienda che sviluppa data-base, fa ricerca, crea prototipi per un mercato di nicchia. Le scuole le ha fatte alla periferia di Milano. All’onnicomprensivo di Lampugnano, dalle parti di San Siro: perita aziendale in lingue estere. E a scuola nacque la passione per la partecipazione. Assemblee e giornalini di quartiere, prime esperienze con il partito umanista che a Milano attrasse a lungo, nel vuoto della politica, giovani in cerca di ideali. “La passione per l’impegno politico però me l’ha trasmessa mia madre. Quando venne in Italia sosteneva la lotta del popolo eritreo per l’indipendenza dall’Etiopia. Sono cresciuta così. Ho ereditato da lei i valori della moralità e della trasparenza. Mi racconta sempre che l’Italia degli anni settanta era un paese diverso. Solidale, accogliente. Fece domanda all’ufficio di collocamento ad Asmara e venne chiamata subito da una famiglia milanese. Sì, lavori domestici, fra l’altro è una cuoca strepitosa, cucina eritrea ma anche italiana: tutti i piatti, perché lei non ha un’idea scientifica della cucina, lei la cucina la sente, ci mette l’anima”.

Dopo i giornali di quartiere, i servizi sugli immigrati e le denunce di abusi edilizi, arrivò l’università: ingegneria gestionale e poi laurea in International business a Londra. Quindi l’ondata dei movimenti del 2005-2006, ultimo anno del secondo governo Berlusconi. Ad Asli piacque Beppe Grillo. “Andai una volta a un suo spettacolo a teatro. C’erano dei ragazzi che davano un volantino con l’elenco dei condannati presenti in parlamento. Mi sembrò una cosa giusta, così partecipai alle loro manifestazioni per la libertà d’informazione. Furono le prime volte che fu esibito simbolicamente il bavaglio. Un popolo disinformato è pronto a farsi mangiare la democrazia, e alla fine si ritrova con la dittatura”. Da allora questa eritrea italiana di trentadue anni ha iniziato ad apparire sempre più alle manifestazioni, a organizzarle, a promuoverle. Informazione, lodo Alfano e leggi ad personam, diritti umani, mafia, corruzione, privatizzazione dell’acqua.

Perennemente in movimento, una capacità organizzativa quasi prodigiosa, nessun complesso per la quantità dei manifestanti, pochi dove è normale che ce ne siano pochi, una marea quando sale l’indignazione civile. Il microfono in mano per dare la parola. Con discrezione; la fatica di costruire l’evento e poi un passo indietro. Praticamente ovunque. Con un fastidio acuto per le etichette. “C’è questo vizio tipicamente italiano di incasellare, di appiccicare etichette. Non solo per i partiti ma anche per le associazioni. Vede, se mi dicono grillina io lo accetto, non dico di no, ma mi va stretto. Mi va stretto il popolo viola, io sono una cittadina libera che vuole sostenere dei principi. Per me è più importante fare rete con ogni esperienza positiva”.
E infatti la si ritrova con Qui Milano Libera, insieme a Piero Ricca (il contestatore dell’ormai storico “puffone”), nell’esperienza dell’agorà, una specie di Hyde Park inscenato al sabato pomeriggio in via Mercanti o piazza Cordusio, pubblico medio di cento persone, ognuno dica quello che pensa della vita pubblica a Milano. Oppure alla settimana contro le mafie, dove già le persone non sono più le stesse. O alle manifestazioni delle agende rosse di Salvatore Borsellino. O all’Africa Day del 30 maggio, la prima volta che si è fatto a Milano, spazio Arte di Sesto San Giovanni a parlare di modelli di sviluppo. “Ma anche di letteratura e cultura, musica e danza. Mi appassiona lavorare per l’African forum in Italy, difendere i diritti degli eritrei torturati in carcere. Mi interessa anche comunicare un’altra idea dell’africano in Italia. Si ha sempre l’immagine del lavoro manuale ma a Milano c’è molta letteratura africana, del Ghana, dell’Uganda. E anche dell’Eritrea, certo. A me piace questo intrecciarsi di esperienze perché si conosce tanta gente di buona volontà. Il guaio è che a Milano gli spazi pubblici stanno sparendo. A colpi di affitti pazzeschi stanno cancellando storiche sedi dell’Arci e dell’ Anpi. Io uso lo spazio ChiAmaMilano di Milly Moratti. Lì facciamo i cineforum, anzi venga a trovarci lunedì prossimo ché chiudiamo il ciclo di sul turismo sostenibile, Marrakech Express più cuscus di mia madre. Che cosa desidero di più? Che anche noi piccoli riusciamo ad avere la compattezza della casta. Perché vede, noi litighiamo, ci frantumiamo. E quelli invece...”.

Qualcuno, nel solito gioco al totosindaco di Milano, ha iniziato a fare il suo nome. Un divertissement: se proprio bisogna cambiare, Asli sarebbe l’ideale. Giovane, donna, combattiva e di colore. Lei non ne sa nulla. Confessa piuttosto con innocenza la sua utopia. “Un canale televisivo nostro. Per raggiungere la gente. Allora sì che si farebbe la rivoluzione”. Gli occhi le si illuminano. Le sembra quasi di vederli i cittadini di buona volontà che si moltiplicano. Anzi, come si dice? Che pullulano.

giovedì 10 giugno 2010

Stiamo collaudando un nuovo sistema per ascoltare il testo cliccate sopra sul bottone ascolta grazie..

Un prete da galera. Un filo di voce a San Vittore..
Scritto da Nando dalla Chiesa.
Sunday 06 June 2010

Il Fatto Quotidiano.
6 giugno 2010.


Con quel filo di voce domerebbe anche Fra Diavolo. E in effetti altro che i briganti ha ammansito credendo nella forza della parola. Come quando andò a dir messa nel braccio del carcere in cui erano stipati i terroristi. Il direttore di San Vittore glielo aveva sconsigliato, “quelli sono tutti atei”. La celebrò in perfetta solitudine, in un silenzio di gelo. E al direttore che, saputo com’era andata, lo invitava a trarne le conseguenze, rispose che tutto sommato l’esperimento aveva funzionato. Nessuno aveva fatto fracasso per boicottarlo. Nessuno aveva lanciato bestemmie d’ira o di scherno dalle celle. Così ci riandò. E poi ci riandò ancora. Finché se ne trovò qualcuno vicino. Finché qualcuno servì messa. Con lunghe discussioni durante la predica.

Il filo di voce si chiama Luigi, don Luigi Melesi. Ed è originario della Valsassina, provincia di Lecco, dove l’altra sera ha tenuto inchiodate centinaia di persone raccontando la sua vita di “prete da galera”, come recita il titolo del libro che lo ha per protagonista. Un prete che ha avuto un punto di osservazione tutto suo sull’Italia di questi tempi e di tempi ormai lontani, visto che a San Vittore -nella veste di cappellano- ci sta da più di trent’anni e che prima ha vissuto presso il riformatorio Ferrante Aporti di Torino e la casa di rieducazione di Arese. Frequentando rapinatori, terroristi, mafiosi, ladruncoli di strada, immigrati clandestini, semplici balordi, detenuti eccellenti dal colletto bianco candido. Raccogliendo confidenze, portando un barlume di conforto, aiutando impossibili redenzioni, incoraggiando confessioni, provando ad ammansire gli errori della giustizia. E cercando di non avere mai una casacca addosso, neppure quella dell’associazione più benefica. Di essere, come dice, uomo spoglio di tutto tranne il vangelo. Le storie che racconta hanno sempre qualcosa di incredibile, sembra al profano che solo il carcere le sappia e possa produrre. “Una sera avevo davanti a me alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine. Dissi qualcosa sul carcere e sui nostri doveri verso i detenuti. Alla fine venne da me un carabiniere e mi disse che provava un senso di colpa. Durante la giornata lui e dei suoi colleghi avevano fermato quattro giovani in un bar ma uno solo era stato portato a San Vittore. Aggiunse che secondo lui era quello che c’entrava meno e che gli avevano fatto pagare solo la reazione più nervosa e indisponente. Che era in pensiero per lui. Così il mattino presto andai a San Vittore e chiesi di questo ragazzo, lui venne, confermò di essersi trovato nel bar per caso, che non c’entrava niente con gli altri tre, era il figlio di una persona importante. A un certo punto, quasi incredulo, mi chiese chi mi avesse mandato in quel preciso momento. E mi rivelò che la guardia era andato a chiamarlo proprio mentre si stava suicidando. Mi disse di andare su in cella a controllare, che avrei trovato i lacci già legati all’inferriata”.

Di queste storie incredibili la vita di don Luigi è piena. Come quando assistette spiritualmente Giordano Dell’Amore, ottantenne ex rettore della Bocconi finito a San Vittore negli anni ruggenti di Tangentopoli, trovato in ginocchio nella cappella e poi assolto con formula piena. O quando, dopo il segno di pace scambiato alla fine di una messa, un boss incriminato per un omicidio provò fulmineamente vergogna della propria vita: e si decise a confessarne trentacinque di omicidi, e i giudici non gli credettero e gli avvocati ne risero perché ormai si era fatto la fama dell’imputato strafottente e inaffidabile. O come quando i brigatisti lo avvertirono che tre carceri erano imbottite di dinamite pronte a saltare e a Roma non volevano credergli. O quando nel 1982, sempre i brigatisti, decisero di lasciare le armi presso l’arcivescovado di Milano. Erano gli anni del cardinale Martini, che per don Luigi stravedeva. L’opinione pubblica nazionale rimase impressionata per quel ritrovamento; per quel gesto di resa, certo, a valori superiori. Che però erano quelli della Chiesa, non quelli dello Stato.

Il mondo intero è passato davanti a questo prete. Il quale dei giudici non porta in realtà un buon giudizio. Trasmette questo suo pensiero con toni lievi ma se ne sente in pieno il dramma. Perché ogni mancanza di scrupolo umano o professionale ha conseguenze che lui ben conosce. Non si sogna nemmeno di portare legno alla fascina del capo del governo, non sono gli interessi dei potenti che lo scuotono, ma le sofferenze degli ultimi, compresi i potenti che tra gli ultimi finiscono. Non che non abbia il metro del male. “Un giorno mi sorpresi che quel mafioso potesse uscirsene libero per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Com’era possibile, con tutti i reati che aveva confessato? Lo chiesi un po’ turbato a un magistrato. E lui mi rispose che la colpa era dei suoi colleghi che in tanti anni non erano riusciti a processarlo nemmeno per un reato minore”. Ma certo se gli chiedete da che parte sta, lui vi risponderà che sta con la persona che si trova dentro ogni detenuto. Nella ricerca di quella persona si è speso per decenni. Finché un giorno la fatica ha presentato il conto. Un aneurisma lo ha mandato in coma. Un intervento disperato all’aorta. Per settimane, mesi, non si è capito se si sarebbe mai ripreso. Una riabilitazione difficilissima. La voce si è fatta più flebile, è diventata ancora più soffio. Quando è rientrato a San Vittore a dir messa, la folla degli ultimi della terra si è fatta tripudio. Da mesi lo aspettava un cartello grande quanto una lavagna: “don Luigi preghiamo per te".

per vedere tutti gli articoli vai sul sito di Nando : www.nandodallachiesa.it

venerdì 30 aprile 2010

Blog di Nando momentaneamente non attivo

Buongiorno stiamo facendo delle ricerche sul perchè il blog di Nando Dalla Chiesa è stato azzerato nella parte testi , cercheremo di sapere al piu presto cosa è accaduto grazie per la pazienza

mercoledì 17 febbraio 2010

Nuovo spazio fotografico di Nando a breve qui


Nuovo spazio fotografico di Nando a breve qui:
stiamo per aprire uno spazio dedicato alle fotografie restate in attesa e continuate a visitarci

le foto le trovi nel sito sulla destra in basso nel link slideshow

Problemi che si ripetono

Ci scusiamo nuovamente ma per problemi tecnici non dipendenti dalla nostra volontà anche ieri non siamo riusciti a darvi la diretta sarà nostra premura ovviare a tali inconvenienti sulla piattaforma Americana Livestream grazie

venerdì 5 febbraio 2010

Milano. Il tempo della rivolta



Scritto da Nando dalla Chiesa
Wednesday 03 February 2010
Che spettacolo, ragazzi! Ieri sera lo Spazio Melampo sembrava la fucina della rivolta antimafia. Una partecipazione così è stata davvero al di sopra di ogni immaginazione. Gente in piedi e poi gente seduta da tutte le parti, per terra di fianco ai relatori, per terra di dietro, a prendere appunti in tutte le posizioni, anche le più scomode. Sbaglierò, ma c’è un clima nuovo a Milano su questo tema, certo incoraggiato dall’indignazione e dallo sgomento che nascono a vedersi così abbandonati dalle istituzioni politiche. C’è un’aria di mobilitazione civile che fa bene al cuore. Metà delle facce di ieri sera non le conoscevo, comprese quelle dei tanti giovani assiepati lungo le pareti. Silenziosi, composti e attenti, si sono sorbiti educatamente anche il ritardo di quindici minuti del prode Barbacetto (proprio bravo e preciso, ma sull’orario non ci riesce il marrano…) e non ci sono nemmeno stati gli sproloqui finali dal pubblico a cui sono abbonati tutti i dibattiti sulla mafia che si rispettino. Metteteci l’attenzione che trovo al mio corso, una sensazione stupenda che mi responsabilizza ogni giorno di più. E il maxiseminario che si sono organizzati gli studenti di Scienze Politiche su mafia, Stato e società, che partirà il 9. E quello di formazione degli insegnanti del 12-13 prossimi (anche quello il 12 a Scienze Politiche) organizzato da Libera. E le presentazioni dei libri, che hanno sempre successo. Insomma direi che si sta formando, tra Libera, Scuola Caponnetto, il Coordinamento degli insegnanti, le associazioni studentesche e poi case editrici come Melampo e Chiarelettere (e altre) un bel pacchetto di mischia.

Credo in ogni caso che uno dei punti di forza di ieri sera sia stato quello di avere concepito delle “lezioni”, non dei dibattiti, perché è il momento di avere informazioni sistematiche. Proprio per potere discutere con cognizione di causa con amici, conoscenti, parenti e colleghi di lavoro, scrivere credibilmente sui propri blog e su facebook. E’ davvero giunto il momento di mandare al macero le approssimazioni della politica e le urla e gli insulti della tivù. La gravità della situazione le rende ormai intollerabili. Martedì prossimo ci sarà Alberto Nobili, magistrato che da anni segue le inchieste sulle organizzazioni mafiose a Milano. E a me toccherà sempre la parte del prof che fa schemi, prende appunti e poi offre una sintesi finale.

Ah, dimenticavo una notizia importante. Sono stato nominato socio onorario dell’Inter Club “Giacinto Facchetti” di Follonica (“con stima e amicizia”). Non è bellissimo?

P.S. Alla fine il mago del computer è riuscito a mandare tutto in diretta. La settimana prossima si rifà.

giovedì 4 febbraio 2010